Stregato da Mendoza

Posted Luglio 5, 2009 by marcolapeste
Categories: Il libro del sabato, Un autore in particolare...

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Tra i mille libri che ero intenzionato a leggere quest’estate (peraltro appena iniziata) ha avuto la priorità “Il mistero della cripta stregata” di Eduardo Mendoza, che gode della mia simpatia e del mio apprezzamento da quando mi sono imbattuto in “Nessuna notizia di Gurb”. E la scelta di quest’autore spagnolo si è rivelata ancora una volta più che azzeccata.

stregataL’idea di Mendoza alle prese con il genere giallo mi incuriosiva, dato che si tratta di una tipologia di romanzo abbastanza definita, canonica per non dire rigida,  e spesso invero svilita dall’eccessivo numero di sedicenti best-sellers che riempiono gli scaffali delle libererie ma che restano nell’ambito della lettura senza giungere ad essere letteratura. Lo stile dell’autore spagnolo mi pareva quanto di più lontano potesse esserci dal genere giallo e ancor più dal romanzo giallo meritevole di plauso… ma a un autore che ti ha colpito una volta non si può mai negare una chance e devo dire che Mendoza in questo pregevole libro si conferma scrittore originale e caustico, libero dagli schealle premi preconfezionati e dai dettami della narrativa che l’ha preceduto. Già la scelta del protagonista pare voler segnare un netto allontanamento dal “giallo canonico”, pur senza degenerare nel puro gusto dell’iconoclastia. Caso raro, oramai, quello di un autore che persegua una sua direzione e non si faccia attrarre nella polarizzazione del mercato librario (che sembra dividersi tra “intellettualoidi alternativi” e “venditori modaioli”), restando semplicemente fedele a sè stesso.

Mendoza vi riesce e in questo romanzo del 1990, intesse una trama poliziesca  attorno a un investigatore sociopatico cui viene promessa la libertà in cambio di un lavoro sporco: rintracciare una ragazzina scomparsa da un collegio barcellonese. Inutile dire che, come è tipico del nostro, già nella seconda pagina tutto va irrimediabilmente a rotoli. Questo è il pregio del libro, il tocco di genialità nell’impostazione che ne fa un romanzo raffinato anche se l’ambientazione, il linguaggio, le azioni, lo relegherebbero al livello dei films poliziotteschi degli anni 70: all’anonimo protagonista non ne va dritta una e la sua speranza di riuscita nella risoluzione del caso si estingue in modo tanto rapido quanto sconcertante, demolendo quei tratti vagamente epici di cui si ammanta solitamente la narrativa di questo genere in cui l’eroe vince contro tutto e tutti, restando al massimo vittima di sè stesso. L’eroe di questo romanzo procede in senso inverso: soccombe di fronte alla società e alle sue regole ma non perde il suo ioi, la sua identità.

Questa identità è sicuramente il motore del romanzo, scritto non a caso in prima persona, per dare preminenza alla caotica ma efficentissima d74f0bc2087f7412e2857b5bffc85d5dinteriorità dell’anonimo protagonista; e tale identità è insieme anche la cifra più particolare, innovativa ed eclatante del testo, che travalica già dopo poche pagine le dimensioni del genere in cui dovrebbe ascriversi, perchè il protagonista esige uno spazio tutto suo che la narrativa poliziesca non sembra dargli; allo stesso modo in cui la società gli rifiuta un posto in cui stare tranquillo. La trama è dunque un abito tagliato perfettamente sulle misure del personaggio che la vive e come esso è magmatica ed imprevedibile, non soltanto per quello che capita, ma anche per il taglio con cui è proposta. Mendoza gioca in continuazione infatti con i punti di vista, presentandoci fatti e persone sotto una luce che lascia continue ombre e possibilità di interpretazione: per farlo si avvale della voce del protagonista che, in modo molto singolare, riflette su sè stesso con strabiliante lucidità non scevra dalla consapevolezza (e dall’esibizione) dei propri problemi, delle proprie tare e manie; quasi come se si vedesse da fuori, cosa che getta un alone talora sinistro talora divertito su tutta la vicenda.

Gli spropositati monologhi in cui il protagonista parla di sè (cosa che fa puntualmente e diffusamente con tutti coloro che incrocia, anche solo di sfuggita e spesso in situazioni che non agevolano la conversazione) sono indubbiamente le parti più riuscite del romanzo, convincenti nella loro assurdità, perchè portano il lettore ad abbandonare la propria logica: per logica intendiamo quell’insieme, quel coacervo di idee nate da precedenti letture che formano dei preconcetti, delle aspettative, nei confronti dei testi successivi. Impossibile prevedere la mossa che Mendoza ha in serbo per i propri personaggi, o anche solo giustificare determinati comportamenti degli stessi, comportamenti che sembrano dettati quasi più dal gusto per la parola che dall’esigenza narrativa.

Lo stile dello scrittore spagnolo, graffiante e corrosivo, collima al massimo grado con questa impostazione, con questo netto predominio della parola rispetto al ritmo, che porta Mendoza a infarcire le scene più drammatiche e dinamiche con le considerazioni contorte e complesse del protagonista; il quale  in sostanza è un inguaribile chiacchierone, che si esprime con un lessico e una sintassi che farebbero impallidire un saggista barocco, all’insegna del manierismo più viscerale, espressione del disagio del nostro eroe in una società che non fa nulla per capirlo, che si rifiuta di fermarsi a dargli corda… Il risultato è esilarante e sorprendente insieme: leggendo “Il mistero della cripta stregata” non si ride dall’inizio alla fine, giacchè non è un libro di superficile comicità… semplicemente, ci si ritrova a ridere in alcuni momenti senza sapere bene il perchè, senza rendersi conto che l’autore ha forzato i suoi meccanismi a un punto tale da scatenare l’ilarità di chi legge, un’ilarità istintiva, estemporanea, naturale; il che rende la lettura veramente molto scorrevole e divertente, per nulla ovvia.

In definitiva al romanzo si può imputare un’unica colpa: quella di creare una illusione perfetta di racconto giallo, tale che si vorrebbe un finale classico, alla Sherlock Holmes o alla Poirot, per capirsi… ma la mancanza di un finale perfetto non è un demerito, bensì l’ennesimo  trabocchetto che Mendoza ha teso con successo alla nostra logica di lettori, alle volte troppo prigionieri dei preconcetti letterari che l’autore spagnolo scardina con leggerezza e senza ipocrisia: leggere questo libro è come farsi trascinare in un gioco dal quale è legittimo aspettarsi che ti prenda la mano, senza però dimenticare che si tratta di un gioco. A noi lettori resta dunque il compito di capire dove siamo arrivati dopo aver giocato.

Per chiudere: come si diceva in apertura di recensione, l’estate è appena iniziata, aspettatevi dunque altre novità!

Il blog sotto il mare: Stefano Benni (finalmente)

Posted Febbraio 18, 2009 by marcolapeste
Categories: Un autore in particolare...

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Chi mi conosce sa che non posso fare a meno di parlare di Stefano Benni con una certa frequenza e che non sono fisicamente in grado di resistere alla tentazione di consigliarlo a chicchessia, specie alle persone che mai si sognerebbero di leggerlo. Chi mi conosce dunque forse già sospettava che sarebbe arrivato il fatidico momento in cui avrei dedicato un po’ di spazio a quest’autore… ma ecco la sorpresa! L’idea di commentare/consigliare/recensire Benni su questo blog una volta tanto non è stata mia ma di una collega che, trascinata dalla lettura de “Il bar sotto il mare” ne ha scritto un commento chiedendomi di inserirlo (se non è fare proselitismo questo!). Chi mi conosce  non si aspettava una mossa simile da parte mia… ma sa che finirò per dire comunque ciò che penso su Benni, incontenibile sia perchè siè fatto largo nel mio blog senza essere ricercato, sia perchè ne ha da dire per tutti e su tutto senzqa farsi freanare nemmeno dalla lingua stessa, sia perchè non è proprio possibile trattenersi dalle risate leggendolo. Lettura sconsigliata in luoghi troppo rispettabili o silenziosi… Et voilà la recensione:

 

Premetto che non sono una letterata ma una matematica e che sono soprattutto abituata a leggere libri di divulgazione scientifica, molto razionali e specifici.

 

Vorrei comunque mettere sul blog alcune opinioni sul libro “Il bar sotto il mare” di Stefano Benni.

Stefano B9788807810770g1enni è uno scrittore che utilizza nei suoi libri un linguaggio molto scorrevole, talvolta anche simpaticamente scurrile che riesce ad accattivare la tua attenzione sui personaggi e sulle sue storie.

In alcuni dei suoi racconti si nota una certa parodia della società, dei suoi vizi, difetti e limiti.

Per esempio, nel capitolo Il destino sull’isola di San Lorenzo, Benni parla del Dio dell’amore non corrisposto, Amikinont’amanonamikit’ama, esprime con ironia ciò che accade realmente nella vita, cioè succede spesso che ci si trovi ad essere invaghiti di una persona che magari non ci fila neanche di striscio, perché a sua volta è innamorata di un’altra persona, che a sua volta sta già facendo la corte ad un’altra…

Poi magari, invece, dopo una serie di circostanze favorevoli questo circuito si spezza e due persone iniziano ad innamorarsi e a frequentarsi, ma, spesso (come accade nella nostra società) questo innamoramento finisce con dei litigi e delle separazioni allora ci si domanda: vale poi la pena che accadano delle circostanze favorevoli perché due si innamorino?

Soltanto questo capitolo potrebbe aprire un lungo dibattito sull’amore, questo profondo sentimento che è il motore che muove ogni cosa e fa andare avanti la vita delle persone. Se volete si potrebbe ampliare la discussione magari citando altri libri in cui il tema sia l’amore.

Un altro capitolo che parla di “amore” è   Quando si ama davvero, in cui si legge una raccolta di lettere d’amore che un certo Giampiero ha scritto alla moglie. In realtà non sono assolutamente lettere d’amore, perché lui praticamente elenca i difetti della moglie dicendo però che la ama. Forse Benni vuole sottolineare quanto nella società attuale siamo abituati a puntualizzare e notare i difetti degli altri prima di ciascun pregio; vuole farci capire che prima di esprimere delle critiche dovremmo soffermarci e interrogarci e dovremmo capire che per stare insieme ad una persona bisogna accettarla così com’è con i suoi difetti e imparare a vedere soprattutto il buono che ogni persona ha da offrirci.

Altra satira della società è la storia di Achille e Ettore due cugini che trovano per caso una bicicletta e se la contendono e finiscono per fare una gara per averla. Finchè, siccome la gara consiste nel mangiare il più possibile, uno dei due muore. Cosa ci vuole insegnare questa simpatica e ironica storiella? Probabilmente che noi siamo attratti spesso dalle cose materiali che piacciono anche agli altri, seguiamo le mode del momento e vogliamo seguire la massa pur di rischiare di perdere del tutto la nostra personalità e individualità. Noi dovremmo essere maturi, conoscere noi stessi e star bene con noi stessi, distinguerci dalla massa. Purtroppo, non siamo aiutati in questo dalla società superficiale in cui viviamo.

Forse gli unici che possono aiutarci in questo sono i nostri nonni, le persone anziane, che generalmente sono più sagge come ci dice Benni ne La traversata dei vecchietti. In questa storia

due vecchietti devono attraversare una strada per raggiungere un giardino dalla parte opposta, ma dopo molti tentativi non riescono a causa del grande traffico. Passa di lì un vecchietto in bici, decidono così di usare la bicicletta e in tre provano ad attraversare ma vengono travolti dalle auto. Arriva un vigile per sistemare la faccenda e chiede spiegazioni, ma quando questi spiegano che vogliono arrivare dall’altra parte della strada il vigile dice che li può accompagnare solo dal lato della strada dal quale erano partiti. Uno dei tre vecchietti, il più furbo, indica per zona di partenza quella di arrivo. In questo modo i tre vecchietti raggiunto il giardino sono felici.

Questa storia simboleggia la grande astuzia, la saggezza delle persone che hanno avuto più esperienza di noi e che possono insegnarci molto.

Molto più complicato cogliere e spiegare il significato di alcuni racconti molto ironici sul paese di Sompazzo, dove vive ad esempio la famiglia fagioli, dove le cicogne portano i bambini cinesi… Perciò lascerei questo compito all’esperto, cioè l’autore del blog.

 

Letture d’ampio respiro

Posted Febbraio 2, 2009 by marcolapeste
Categories: alle prese con...

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Benchè parlare dei libri che si leggono sia indubbimente un piacere enorme, questo blog esiste perchè vi è al mondo un piacere di gran lunga maggiore di quello appena citato, ovvero quello della lettura stessa. Tra pochi minuti perciò sarò fuori da questo blog alle prese con l’ultimo libro in cui mi sono imbarcato…al quale, data la mole, occorrerà dedicare parecchio tempo, cosa che finora non ho potuto fare.

Si tratta della trilogia “Queste oscure materie” di Philip Pullman, da cui è stato tratto il film “La bussola d’oro”, del quale non ho raccolto recensione alcuna, al punto da incuriosirmi e da decidermi a capire, attraverso la cara vecchia carta stampata, com’è questo epigono di Tolkien e Ende (visto che a costoro viene accostato).

Sarebbe certamente improbo voler recensire un libro arrivati a pagina 180 su 1070 e del resto se mi dilungassi a scrivere tradirei il mio proposito iniziale di andare a leggere, perciò mi limito a un breve commento, per far il punto della situazione. Il libro è certamente affascinante sia per l”ambientazione (Inghilterra e Artico di un tardo ottocento-primo novecento alternativo) sia per la presenza di alcuni elementi fantastici in tutti i sensi, tra cui vale la pena segnalare il fatto che tutti i personaggi del libro hanno una specie di concretizzazione della loro anima che li accompagna, un daimon, per usare il termine tecnico, dalle sembianze di animale, cosa che rende il testo assai fiabesco e insieme accattivante; ma l’elemento bussolapiù caratteristico sono certamente i panserbjorne, degli orsi corazzati parlanti e umnizzati quanto basta per farne dei tormentati eroi epici. La comparsa del primo di questi orsi mercenari, che accetta di scortare la protagonista in una spedizione scientifica-di salvataggio, segna il punto in cui la lettura satsera riprenderà… con l’aspettativa e l’intima convinzione che la narrazione sia arrivata a un momento significativo, visto che il libro, che pure comincia praticamente in medias res e dunque con un ritmo incalzante, impiega in realtà molto a riscaldarsi e ad entrare in fase di lancio, per così dire; con altre 800 pagine davanti, direte voi, non mi stuferò certo di assistere a colpi di scena e peripezie, e io stesso ne convengo, ma per il momento l’autore ha accumulato talmente tanti spunti interessanti (che spaziano dalla religione, alla scienza usando la narrativa fantastica più come fine che come mezzo) che sono ansioso di vedere un po’ di azione alo stato puro. C’è da dire che gli spunti cui accennavo rappresentano la più autentica peculiarità di Pullman, e in effetti sono molto incisivi e coinvolgenti e riescono a creare un’idea di completezza del contesto oltre che a incuriosire, ma essendo io devoto al fantasy old style,  mi aspetto di vedere il nopstro autore che si mette al banco di prova degli scontri epici che tanta parte hanno in questo tipo di narrativa e che, nella capacità di gestirli con originalità e d equlibrio, danno la cifra dell’abilità e della purezza di uno scrittore di genere fantastico.

Che dire.. La lettura prosegue!

Opinioni su un clown

Posted Febbraio 2, 2009 by marcolapeste
Categories: Recensioni CCC

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La vicenda di “Opinioni di un clown” del premio Nobel tedesco Heinrich Boll, ruota attorno ad Hans Schnier, clown ventisettenne o, ufficialmente “attore comico”, che si ritrova ridotto sul lastrico dopo una “decadenza artistica” legata al consumo di alcool ma principalmente a un misto di noia esistenziale o meglio di sorda protesta contro la propria esistenza che inizia nel momento in cui la fidanzata Maria lo abbandona. Il libro è composto praticamente solo dalle telefonate che il protagonista fa a amici (e nemici) per trovare soldi, ma in realtà con l’intento più o meno conscio di prendere atto dell’impossibilità per lui di ritagliarsi uno spazio nella vita e nella società diverso da quello, impossibile, che si era creato con Maria, e dai ricordi che inevitabilmente si fanno strada tra la sua rabbia e frustrazione, i quali lo conducono a riflettere a tutto campo sulla Germania post-bellica, sull’arte, sulla religione cattolica e in generale sulla falsità del genere umano e sui ruoli che ciascuno crea per sé stesso e vorrebbe creare per gli altri quasi si fosse tutti occupati in una gigantesca pantomima.
La struttura stessa del libro fa pensare a uno spettacolo teatrale, visto che, dopo una brevissima introduzione narrativa in cui Hans si trasferisce a Bonn, sua città natale, l’arco temporale in cui si sviluppa il testo è limitato a qualche ora, e le telefonate di cui si compone sembrano una sorta di scene o atti di un dramma satirico che ha come controtesto i pensieri del protagonista.
In questo palcoscenico Hans è l’unico a non recitare mai (e in effetti non vengono mai spiegate le sue pantomime che il lettore deve immaginare facendo leva sugli evocativi titoli), sentendosi libero di dire ma soprattutto di pensare ciò che vuole, nella sua posizione di corpo estraneo alla società in cui vive (sia per il suo mestiere legato alla satira, sia per il suo modus vivendi), capace di vederla con disincanto (ma non con distacco né con lucidità, anzi facendosi coinvolgere anche troppo) e deciso a porre sotto accusa quelle dinamiche di ruoli prestabiliti che gli hanno sottratto Maria: tutto in definitiva muove dall’intenzione, che si va via via precisando come unico obiettivo del protagonista, di recuperare la fidanzata, ricatturata nel circolo di cattolici cui aderiva nei primi tempi della sua relazione con Hans e ora sposa di Zupfner, alto esponente del cattolicesimo tedesco.
L’intreccio narrativo è particolarmente avvincente perché, benché le informazioni essenziali per capire la trama dei pensieri di Hans ci venga fornita abbastanza presto, il testo è un continuo e inestricabile andirivieni attorno a una manciata di figure di riferimento, di cui si rammentano biografie o discorsi, di cui si fanno critiche o si delineano personalità, senza che nessuno occupi uno spazio preponderante e senza che la storia di nessuno sia mai esaurita in un unico riferimento, perché ciascuno di costoro si ricollega a qualcun altro in un gioco infinito di rimandi e allusioni che ci fanno entrare nella psiche del protagonista senza bisogno di farcene una fotografia, statica e parziale, ma cogliendola nel suo movimento naturale, dinamico e completo, spontaneo, reso da Boll con particolare efficacia e maestria.clownr11
La conclusione del libro vede Hans rifiutarsi di scendere a compromessi con la sua stessa esistenza: dopo aver constatato, attraverso il suo cinismo e la sua acredine, che la vita così come lui la vorrebbe è definitivamente compromessa dal momento in cui Maria, che lui non ha mai sposato, benché i due siano fuggiti assieme, e che vorrebbe costringerlo a firmare una carta in cui dichiara di voler educare i propri figli (quando e se i due ne avranno visto che Maria ha già abortito una volta) secondo la religione cattolica, se ne va dopo anni di convivenza, “traviata” dal moralismo del cattolicesimo, si ritrova a restringere sempre più il campo delle possibili mosse da fare. La sua intenzione non è quella di “recuperare” Maria, cosa che comporterebbe una revisione del suo modo di essere, di pensare, una sorta di pentimento che lui non prova, ma quella di “riavere” Maria, senza la quale, e lui ne è conscio, non può uscire da quella empasse artistica ed esistenziale insieme in cui è precipitato. Impossibilitato dalla sua stessa irrinunciabile identità a tornare indietro, Hans non può che proseguire anche se la speranza di risolvere le cose è sostituita dalla coscienza che non si risolveranno; ma in un mondo in cui tutti recitano un ruolo, la coerenza è l’unica arma veramente affilata per non perdere se stessi e dunque per ritrovarsi. Andare alla stazione a suonare canzonette e fare l’elemosina non è per Hans prostituire il proprio senso artistico, come invece accadrebbe se egli accettasse di reimpostare le proprie pantomime alla luce della mutata situazione storica-sociale-esistenziale in cui si trova, ma mettere tutti, compresa Maria che lui spera di vedere arrivare in treno, di fronte alla realtà delle cose, che dev’essere accettata e superata: l’unico mezzo che Hans concepisce è paradossalmente avere accanto Maria, che per lui però è un obiettivo. La crisi in cui si trova è quindi senza altra uscita che quella determinata dal restare fedeli a se stessi, anche se ci si sente traditi da chi si ama, finchè costei non lo capirà. In sostanza non è Hans che deve cambiare ma il mondo attorno a lui e su questa convinzione, espressa in modo caustico e volutamente irritante (ma non frutto di un capriccio quanto piuttosto della coscienza di una finzione che lui, “attore comico”, non smaschera apertamente preferendo che la paradossalità di ciò che accade si faccia denuncia), si gioca tutta la personalità del protagonista e la vicenda proposta.

L’ultimo di Pennac: la scuola vista da dentro

Posted Luglio 5, 2008 by marcolapeste
Categories: Il libro del sabato

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Ammetto di aver accolto con un certo scetticismo la pubblicazione dell’ultimo libro di Daniel Pennac, “Diario di scuola”, quantunque avrei dovuto essere contento, dal momento che oramai siamo colleghi (in quanto ambedue insegnanti…) e che perciò questo libro parla del mio mondo, quello degli studenti e delle lezioni in classe… Qui sta il punto. Dacchè mi trovo a ragionare sulla scuola in termini professionali (complice anche la mai abbastanza denigrata SSIS), mi risulta diffcile credere che sia possibile scrivere sull’argomento qualcosa che non sia irrimediabilmente scontato; è una riflessione, beninteso, che nasce dal fattoche vedo il fenomeno “scuola” in modo sufficientemente disincantato, il che mi impedisce di lasciarmi abbindolare dalle cicliche consuete riproposizioni di libri, film o telefilm che scimmiottano il bellissimo “L’attimo fuggente” e il suo protagonista e fanno esclamare ai più: “Ecco, così dovrebbero essere i professori!”.

Fughiamo un dubbio: i professori son così, e lo sono ormai da anni, sono stati anzi i primi su cui ha fatto pressa quel modello, ma sono stati anche i primi a digerirlo, meditarlo, trasformarlo e renderlo concreto, quindi un po’ diverso dall’immagine cinematografica… Capirete quindiquanto poco piacevole sia sentir dire, all’ennesimo saggio artistico sull’argomento, che si tratta di un modello rivoluzionario di concepire la didattica; eppure è una storia che si ripete in continuazione.

Mi sto levando qualche sassolino di troppo dalla scarpa, ma non me ne vorrete, spero, e in ogni caso riconduco subito la riflessione al libro di Pennac: come non ritenere, entrando in libreria e vedendo carteloni pubblicitari osannanti alla novità e eccezionalità del testo dell’autore francese, che dovesse trattarsi della solita tiritera? Ad essere precisi avevo ascoltato un’intervista televisiva al nostro autore (dico nostro perchè con lo scorrere del tempo e delle pagine mi sono affezionato a lui e alla banda Malaussene), dalla quale avevo desunto solo conferme dei miei sospetti: se questo libro poteve rappresentare una novità, essa era tale solo per i profani.

Non prendetevela se non siete del ramo, ci mancherebbe solo che pensassi che tutti debbano vivere di scuola, ma se siete degli esperti di climatologia, exempli gratia, ed esce un libro che sbraita l’esistenza del surriscaldamento globale e la presenta come una novità rivoluzionaria, cosa pensate? Minimo minimo un po’ di senso di superiorità intellettuale vi monta dentro (e non è che sia una malapianta tout court)….

Orbene con queste premesse non avrei dovuto leggere “Diario di scuola”, ma siccome noi letterati viviamo anche dei libri che non ci piacciono, nel momento in cui un collega l’ha messo nell’armadio vicino ai miei, non ho potuto far a meno di farmelo prestare. Risultato: parziale smentita delle mie previsioni, quindi pareggio in sostanza.

Diario di scuola

Cerchiamo di capire qualcosa di più del libro… “Diario di scuola” è un testo che offre, nel panorama dei libri che parlano di scuola, troppo spesso funestato da banalità, uno spaccato di vita vissuta con un notevolemargine di originalità, e lo fa attraverso una inattesa versione dell’autore pre-insegnamento, quando a scuola non era un prof. depositario del sapere, ma un somaro, incapace di scrivere e far di conto, cui si prospettava un futuro da ignorante o peggio… L’effetto che Pennac raggiunge è quello di indagare il perchè del suo essere insegnante, indulgendo poco, in proporzione, al come, ed ottiene di fare del mondo della scuola un quadro umano, confortevole nella sua asprezza, ma soprattutto sincero, anti-artificioso. Perchè Pennac sa di essere stato un pessimo studente, uno di quelli che la scuola non riusciva a mandarla giù, finchè non si è reso conto che, come tante cose che ci fanno crescere, non va subita ma vissuta (e grazie al cielo ha trovato qualche insegnante come ora ce ne sono parecchi, che vuole far vivere la scuola, le materie, il sapere ai suoi studenti!): ciò, anzichè porlo sul piano di inelegante superiorità di un “arrivato”, gli fa vedere il suo presente di docente con il filtro dell’ironia dissacrante che, tipico del suo stile, gli fa mettere alla berlina innanzitutto se stesso e la propria autocoscienza, e salva il libro dal diventare, col progredire della lettura, una noiosa apologia della didattica.

Sarò franco: il libro non è esaltante dal mio punto di vista, ma qui la prospettiva è falsata, come vi ho detto, perchè solitamente è l’autore che “gioca in casa”, se mi permettete la metafora sportiva, qui invece Pennac gioca anche in casa mia e se mi strappa un pareggio gli va anche bene, esigente come sono. Schematizzo così magari risulto più oggettivo:

- elementi positivi, di originalità: l’approccio iniziale autobiografico che propone un Pennac studente somaro; la riflessione sul modo in cui gli studenti si esprimono che porta l’autore a cogliere le loro difficoltà del vivere la scuola

- elementi negativi, di banalizzazione: tolto il tema, l’indulgere a qualche ”bella figura” di troppo, anche se Pennac si sforza di equilibrare le cose prendendosi in giro e menzionando i suoi fallimenti di educatore (un po’ troppo tardi, secondo me); l’impressione di disorganizzazione del testo, che appare scritto senza un piano veramente organico e che procede in sequenza, risultando perciò stancante nel finale, quando ci si rende conto che non c’è molto altro da scoprire.

Che dire come bilancio finale? Se dico che Pennac ultimamente mi sembra un lontano parente, magari anche un po’ pesante o troppo buonista, di quello straordinario autore che mi ha emzionato con la sua verve e la sua crudezza, certamente esagero, ma limitandomi devo pur sottolineare che risulta più godibile come narratore che come saggista, benchè non manchi di una sua significatività, e del resto è pur sempre Pennac…

Mi sentirei di consigliare comunque la lettura del libro un po’ per aggiornarsi sullo “stato dell’arte” della prassi scolastica, un po’ perchè dopotutto vi ho già messo in guardia a sufficienza dai facili entusiasmi e ora sapete come prenderlo: se volete dunque sapere come viviamo noi e chi sta dall’altra parte della nostra cattedra, questo è un buon inizio; poi però fatevi una chiacchierata con un docente, ve ne dirà delle belle! Ma non mi sentirei proprio di consigliare questo Pennac agli studenti: quelli sanno fin troppo bene come va la scuola, e se ancora non si sono resi conto che i prof. sono umani e pensano agli alunni come persone, non è il caso che lo imparino da un romanziere, ma da chi li educa ogni giorno in classe.

Douglas Adams

Posted Luglio 5, 2008 by marcolapeste
Categories: Un autore in particolare...

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Lontano, nei dimenticati spazi non segnati nelle carte geografiche dell’estremo limite della Spirale Ovest della Galassia, c’è un piccolo e insignificante sole giallo.
A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c’è un piccolo, trascurabilissimo pianeta azzurro–verde, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un’ottima invenzione.”

Douglas Adams (1952-2001) è lo straordinario autore dello straordinario libro “Guida galattica per autostoppisti”, uscito nel 1979 in concomitanza con una fortunata serie televisiva omonima trasmessa dalla BBC, nel quale si narrano le straordinarie avventure di Ford Prefect ed Arthur Dent, due straordinari personaggi alle prese con viaggi in un universo a dir poco… straordinari.

Guida galattica per gli autostoppisti

Perchè tanta insistenza sulla straordinarietà del libro? Perchè “Guida galattica per autostoppisti” è un testo che ha rivoluzionato il modo di intendere la fantascienza: ai più sprovveduti verrebbe di sicuro in mente durante la lettura di considerare scontate le cose che Adams narra, ma fortunatamente gli sprovveduti non leggono libri come questo o non sono più sprovveduti dopo avere letto 2 pagine, perciò la “Guida” conserva intatto il suo fascino a distanza di trent’anni… ed è il fascino innanzitutto del “classico”, visto che dopo la sua pubblicazione, la science-fiction non ha potuto non misurarsi con il mondo creato da Adams e con le sue straordinarie trovate, finendo con il citarle, riciclarle, rileggerle… In sostanza Adams ha inventato il moderno modo di intendere la fantascienza di consumo, creando un immaginario del genere che coincide con quello che tutto sommato noi tutti abbiamo, anche senza aver letto il libro in questione (poveri sprovveduti…speriamo ancora per poco): Adams ha reso normale lo straordinario, ha reso quotidiana la fantascienza, ma questo è solo il primo merito. Già, perchè il fascino del libro risiede principalmente nella eccezionale inventiva dell’autore, che spiazza il lettore con colpi di scena geniali, sviluppi mirabolanti, esagerati, assurdi, eccessivi, reinventando la fantascienza come un continuo gioco di creatività; nel farlo tuttavia prende le distanze dai canoni del genere, preferendo ai mondi immaginari astratti ed autosufficienti un universo concreto, esplorabile come se il lettore avesse veramente in mano la guida del titolo: egli riesce nell’intento di esportare il quotidiano nella fantascienza, di rendere straordinario ciò che è normale. E lo fa con uno stile assolutamente travolgente, esuberante, che conquista dalla prima pagina e trasporta il lettore altrove, chissà dove, chissà come, per poi lasciarlo disorientato all’ultima pagina a doversi arrendere da un lato alla bellezza del libro e alla voglia di leggere ancora, dall’altro all’impossibilità di prendere sul serio una sola virgola di ciò che l’autore dice, per non perdere il resto della settimana arrovellandosi sul cruccio “e se fosse vero…?”

La banalità è assolutamente sconosciuta a Adams, che sembra accompagnato dall’originalità più che ricercatore artificioso di essa, al punto che il libro appare di una naturalezza sconcertante, una volta che ci si sia convinti che non occorre sapere dove si sta andando per gustarsi il viaggio… un unico consiglio, pertanto, prima di cominciare la lettura: fate un respiro profondo e dite alla parte razionale di voi stessi “ci vediamo all’ultima pagina“… tanto quando ci arriverete, come si diceva, vorrete leggere il seguito! Infatti il nostro autore ha concepito i suoi libri come un serial (beh, era il suo mestiere) perciò le avventure di Ford e Arthur proseguono con “Ristorante al termine dell’Universo”, “La vita, l’universo e tutto quanto”, “Addio e grazie per tutto il pesce” e “Praticamente innocuo”; ho potuto sinora solo leggere il secondo capitolo, ma vi assicuro che mi sto sforzando per resistere alla tentazione di accamparmi in giardino e leggermi gli altri tre tutti d’un fiato. Conoscendomi finirò col farlo, perciò se mi cercate e non mi trovate portate pazienza… “ci vediamo all’ultima pagina!”

Bye

Ristorante al termine dell'Universo Addio, e grazie per tutto il pesce La vita, l'Universo e tutto quanto Praticamente innocuo

Ps:La Guida Galattica è infallibile. È la realtà, spesso, ad essere inesatta. (DNA)

Nessuna notizia di Gurb

Posted Marzo 11, 2008 by marcolapeste
Categories: Recensioni CCC

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copt131.jpgimages42.jpgRitengo che sia assolutamante necessario consigliare a qualcuno i libri che ci sono piaciuti, perciò appena ho terminato di leggere “Nessuna notizia di Gurb” di Eduardo Mendoza, edito da Feltrinelli, ho subito provveduto a parlarne a qualcuno e a prestarlo. Ma perchè limitarsi? Ve ne propongo una breve recensione. La trama del racconto si sviluppa a partire dallo sbarco sul nostro pianeta di una coppia di alieni incaricati di una missione di ricognizione. Uno dei due tuttavia si perde e l’altro intraprende una faticosa ricerca per ritrovarlo. L’ennesimo libercolo del genere fantascienzatantopervendere? Assolutamente no! Perchè l’intenzione di Mendoza, uno dei più celebri scrittori spagnoli contemporanei non è quello di narrare una storia di science-fiction ma di analizzare, esibire, scarnificare la società attuale e la vita quotidiana di una metropoli (in questo caso la Barcellona dei primi anni ‘90, attanagliata dal boom economico e dall’imminenza dei giochi olimpici) passandone in rassegna gli aspetti assieme più banali e più eclatanti come possono apparire agli occhi di un visitatore estraneo al tourbillon dell’esistenza odierna. Ne sortisce un affresco incredibilmente efficace del nostro mondo, tratteggiateo con l’ironia cui solo attreverso l’ingenuità di chi capisce meno degli altri (ma forse ne sa di più) è possibilie attingere e con grande abilità e leggerezza. L’unico difetto di questo libro, spietato nella sua ricerca fortuita del ridicolo di cui siamo involontari collaboratori, graffiante, esilarante, è la lunghezza: arrivati all’ultima pagina, cosa che dato il numero esiguo di pagine e il coinvolgimento che il testo genera, accade presto, si vorrebbe continuare la lettura, farsi trasportare ancora in giro per Barcellona sulle tracce di un alieno smarrito (o fuggito?) tra disavventure e gag. Con la certezza che, chiuso il libro, non si potrà più guardare il movimento di una città senza provare il desiderio di farsi due risate.

 http://www.clubcultura.com/clubliteratura/clubescritores/mendoza/gurb/gurb1.htmimages43.jpg

la parola agli studenti

Posted Marzo 9, 2008 by marcolapeste
Categories: la parola agli studenti

Qualche studente vuole intervenire?

A scuola finalmente qualche prof. illuminato vi ha proposto un libro che vi è piaciuto e volete esprimere la vostra gioia parlandone? Volete sfogarvi contro i soliti libri noiosi?

Prego, accomodatevi

Stardust

Posted Marzo 9, 2008 by marcolapeste
Categories: Recensioni CCC

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noflash1.jpgMi è capitato tra le mani di recente un bel libro di Neil Gaiman, già apprezzato autore di fumetti quali Sandman e Death: trattasi di Stardust, edito da Mondadori, una bella favola mbientata a cavallo tra l’Inghilterra del 1800 e il mondo di Faerie, popolato da fate e strani personaggi. La storia prende le mosse dalla promessa del giovane Tristan che per conquistare la ragazza più bella del villaggio di Wall si mette alla ricerca di una stella caduta dal cielo. Purtroppo per lui non è l’unico ad ambire ai magici poteri di questa stella… Non vi dico altro se non che il libro si divora molto velocemente poichè è scritto con uno stile accattivante ma non banale; da ogni pagina traspaiono l’originalità e la genialità di Gaiman, che si conferma narratore di grande statura, in grado di sorprendere il lettore e coinvolgerlo nelle vicissitudini dei suoi personaggi al punto che la lettura stessa diventa un viaggio in un mondo incantato, impossibile da interrompere. Dedicategli un paio di pomeriggi, non serve tanto tempo in più anche per i lettori meno lesti… vi assicuro che ne varrà la pena. Dal libro è stato tratto anche un film, che ahimè non ho ancora avuto tempo di vedere…

Segnalo, dello stesso autore “American Gods” e, di recente pubblicazione “I ragazzi di Anansi”, sui quali ho raccolto critiche estremamente positive… qualcun altro li ha letti e vuole parlarne (senza rovinare il finale, grazie!)?

Bulgakov

Posted Marzo 8, 2008 by marcolapeste
Categories: alle prese con...

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Le mie letture diurne e soprattutto notturne al momento si concentrano su Michail A. Bulgakov, scrittore russo vissuto tra 1891 e 1940 e noto ai più come autore de “Il maestro e Margherita”, libro capolavoro che consiglio a chiunque pensi che gli scrittori sovietici siano noiosi e pesanti. Mi sono fatto allettare da un volumetto edito da Avallardi che raccoglie tre racconti lunghi dell’autore di cui sopra e ora sto leggendo il primo, “Cuore di cane”, narrato dalla prospettiva di un randagio raccolto in strada da un medico decisamente particolare. La narrazione è un po’ complicata da seguire perchè le considerazioni canine sono poste senza soluzione di contiunuità accanto a quelle della voce dell’autore onnisciente, ma basta abituarsi e la lettura diventa godibilissima. Per il momento sono molto colpito dall’uso straordinario della tecnica dello straniamento, che mi appassiona sempre più, ma provvederò a sottolineare altri aspetti rilevanti del libro quando ne avrò ultimato la lettura. Intanto attendo pareri sui narratori russi e su altri libri in cui si usi lo straniamento… ma potete usare questa categoria anche per dire cosa state leggendo voi.