Tra i mille libri che ero intenzionato a leggere quest’estate (peraltro appena iniziata) ha avuto la priorità “Il mistero della cripta stregata” di Eduardo Mendoza, che gode della mia simpatia e del mio apprezzamento da quando mi sono imbattuto in “Nessuna notizia di Gurb”. E la scelta di quest’autore spagnolo si è rivelata ancora una volta più che azzeccata.
L’idea di Mendoza alle prese con il genere giallo mi incuriosiva, dato che si tratta di una tipologia di romanzo abbastanza definita, canonica per non dire rigida, e spesso invero svilita dall’eccessivo numero di sedicenti best-sellers che riempiono gli scaffali delle libererie ma che restano nell’ambito della lettura senza giungere ad essere letteratura. Lo stile dell’autore spagnolo mi pareva quanto di più lontano potesse esserci dal genere giallo e ancor più dal romanzo giallo meritevole di plauso… ma a un autore che ti ha colpito una volta non si può mai negare una chance e devo dire che Mendoza in questo pregevole libro si conferma scrittore originale e caustico, libero dagli schealle premi preconfezionati e dai dettami della narrativa che l’ha preceduto. Già la scelta del protagonista pare voler segnare un netto allontanamento dal “giallo canonico”, pur senza degenerare nel puro gusto dell’iconoclastia. Caso raro, oramai, quello di un autore che persegua una sua direzione e non si faccia attrarre nella polarizzazione del mercato librario (che sembra dividersi tra “intellettualoidi alternativi” e “venditori modaioli”), restando semplicemente fedele a sè stesso.
Mendoza vi riesce e in questo romanzo del 1990, intesse una trama poliziesca attorno a un investigatore sociopatico cui viene promessa la libertà in cambio di un lavoro sporco: rintracciare una ragazzina scomparsa da un collegio barcellonese. Inutile dire che, come è tipico del nostro, già nella seconda pagina tutto va irrimediabilmente a rotoli. Questo è il pregio del libro, il tocco di genialità nell’impostazione che ne fa un romanzo raffinato anche se l’ambientazione, il linguaggio, le azioni, lo relegherebbero al livello dei films poliziotteschi degli anni 70: all’anonimo protagonista non ne va dritta una e la sua speranza di riuscita nella risoluzione del caso si estingue in modo tanto rapido quanto sconcertante, demolendo quei tratti vagamente epici di cui si ammanta solitamente la narrativa di questo genere in cui l’eroe vince contro tutto e tutti, restando al massimo vittima di sè stesso. L’eroe di questo romanzo procede in senso inverso: soccombe di fronte alla società e alle sue regole ma non perde il suo ioi, la sua identità.
Questa identità è sicuramente il motore del romanzo, scritto non a caso in prima persona, per dare preminenza alla caotica ma efficentissima
interiorità dell’anonimo protagonista; e tale identità è insieme anche la cifra più particolare, innovativa ed eclatante del testo, che travalica già dopo poche pagine le dimensioni del genere in cui dovrebbe ascriversi, perchè il protagonista esige uno spazio tutto suo che la narrativa poliziesca non sembra dargli; allo stesso modo in cui la società gli rifiuta un posto in cui stare tranquillo. La trama è dunque un abito tagliato perfettamente sulle misure del personaggio che la vive e come esso è magmatica ed imprevedibile, non soltanto per quello che capita, ma anche per il taglio con cui è proposta. Mendoza gioca in continuazione infatti con i punti di vista, presentandoci fatti e persone sotto una luce che lascia continue ombre e possibilità di interpretazione: per farlo si avvale della voce del protagonista che, in modo molto singolare, riflette su sè stesso con strabiliante lucidità non scevra dalla consapevolezza (e dall’esibizione) dei propri problemi, delle proprie tare e manie; quasi come se si vedesse da fuori, cosa che getta un alone talora sinistro talora divertito su tutta la vicenda.
Gli spropositati monologhi in cui il protagonista parla di sè (cosa che fa puntualmente e diffusamente con tutti coloro che incrocia, anche solo di sfuggita e spesso in situazioni che non agevolano la conversazione) sono indubbiamente le parti più riuscite del romanzo, convincenti nella loro assurdità, perchè portano il lettore ad abbandonare la propria logica: per logica intendiamo quell’insieme, quel coacervo di idee nate da precedenti letture che formano dei preconcetti, delle aspettative, nei confronti dei testi successivi. Impossibile prevedere la mossa che Mendoza ha in serbo per i propri personaggi, o anche solo giustificare determinati comportamenti degli stessi, comportamenti che sembrano dettati quasi più dal gusto per la parola che dall’esigenza narrativa.
Lo stile dello scrittore spagnolo, graffiante e corrosivo, collima al massimo grado con questa impostazione, con questo netto predominio della parola rispetto al ritmo, che porta Mendoza a infarcire le scene più drammatiche e dinamiche con le considerazioni contorte e complesse del protagonista; il quale in sostanza è un inguaribile chiacchierone, che si esprime con un lessico e una sintassi che farebbero impallidire un saggista barocco, all’insegna del manierismo più viscerale, espressione del disagio del nostro eroe in una società che non fa nulla per capirlo, che si rifiuta di fermarsi a dargli corda… Il risultato è esilarante e sorprendente insieme: leggendo “Il mistero della cripta stregata” non si ride dall’inizio alla fine, giacchè non è un libro di superficile comicità… semplicemente, ci si ritrova a ridere in alcuni momenti senza sapere bene il perchè, senza rendersi conto che l’autore ha forzato i suoi meccanismi a un punto tale da scatenare l’ilarità di chi legge, un’ilarità istintiva, estemporanea, naturale; il che rende la lettura veramente molto scorrevole e divertente, per nulla ovvia.
In definitiva al romanzo si può imputare un’unica colpa: quella di creare una illusione perfetta di racconto giallo, tale che si vorrebbe un finale classico, alla Sherlock Holmes o alla Poirot, per capirsi… ma la mancanza di un finale perfetto non è un demerito, bensì l’ennesimo trabocchetto che Mendoza ha teso con successo alla nostra logica di lettori, alle volte troppo prigionieri dei preconcetti letterari che l’autore spagnolo scardina con leggerezza e senza ipocrisia: leggere questo libro è come farsi trascinare in un gioco dal quale è legittimo aspettarsi che ti prenda la mano, senza però dimenticare che si tratta di un gioco. A noi lettori resta dunque il compito di capire dove siamo arrivati dopo aver giocato.
Per chiudere: come si diceva in apertura di recensione, l’estate è appena iniziata, aspettatevi dunque altre novità!
enni è uno scrittore che utilizza nei suoi libri un linguaggio molto scorrevole, talvolta anche simpaticamente scurrile che riesce ad accattivare la tua attenzione sui personaggi e sulle sue storie.
più caratteristico sono certamente i panserbjorne, degli orsi corazzati parlanti e umnizzati quanto basta per farne dei tormentati eroi epici. La comparsa del primo di questi orsi mercenari, che accetta di scortare la protagonista in una spedizione scientifica-di salvataggio, segna il punto in cui la lettura satsera riprenderà… con l’aspettativa e l’intima convinzione che la narrazione sia arrivata a un momento significativo, visto che il libro, che pure comincia praticamente in medias res e dunque con un ritmo incalzante, impiega in realtà molto a riscaldarsi e ad entrare in fase di lancio, per così dire; con altre 800 pagine davanti, direte voi, non mi stuferò certo di assistere a colpi di scena e peripezie, e io stesso ne convengo, ma per il momento l’autore ha accumulato talmente tanti spunti interessanti (che spaziano dalla religione, alla scienza usando la narrativa fantastica più come fine che come mezzo) che sono ansioso di vedere un po’ di azione alo stato puro. C’è da dire che gli spunti cui accennavo rappresentano la più autentica peculiarità di Pullman, e in effetti sono molto incisivi e coinvolgenti e riescono a creare un’idea di completezza del contesto oltre che a incuriosire, ma essendo io devoto al fantasy old style, mi aspetto di vedere il nopstro autore che si mette al banco di prova degli scontri epici che tanta parte hanno in questo tipo di narrativa e che, nella capacità di gestirli con originalità e d equlibrio, danno la cifra dell’abilità e della purezza di uno scrittore di genere fantastico.







