Opinioni su un clown
La vicenda di “Opinioni di un clown” del premio Nobel tedesco Heinrich Boll, ruota attorno ad Hans Schnier, clown ventisettenne o, ufficialmente “attore comico”, che si ritrova ridotto sul lastrico dopo una “decadenza artistica” legata al consumo di alcool ma principalmente a un misto di noia esistenziale o meglio di sorda protesta contro la propria esistenza che inizia nel momento in cui la fidanzata Maria lo abbandona. Il libro è composto praticamente solo dalle telefonate che il protagonista fa a amici (e nemici) per trovare soldi, ma in realtà con l’intento più o meno conscio di prendere atto dell’impossibilità per lui di ritagliarsi uno spazio nella vita e nella società diverso da quello, impossibile, che si era creato con Maria, e dai ricordi che inevitabilmente si fanno strada tra la sua rabbia e frustrazione, i quali lo conducono a riflettere a tutto campo sulla Germania post-bellica, sull’arte, sulla religione cattolica e in generale sulla falsità del genere umano e sui ruoli che ciascuno crea per sé stesso e vorrebbe creare per gli altri quasi si fosse tutti occupati in una gigantesca pantomima.
La struttura stessa del libro fa pensare a uno spettacolo teatrale, visto che, dopo una brevissima introduzione narrativa in cui Hans si trasferisce a Bonn, sua città natale, l’arco temporale in cui si sviluppa il testo è limitato a qualche ora, e le telefonate di cui si compone sembrano una sorta di scene o atti di un dramma satirico che ha come controtesto i pensieri del protagonista.
In questo palcoscenico Hans è l’unico a non recitare mai (e in effetti non vengono mai spiegate le sue pantomime che il lettore deve immaginare facendo leva sugli evocativi titoli), sentendosi libero di dire ma soprattutto di pensare ciò che vuole, nella sua posizione di corpo estraneo alla società in cui vive (sia per il suo mestiere legato alla satira, sia per il suo modus vivendi), capace di vederla con disincanto (ma non con distacco né con lucidità, anzi facendosi coinvolgere anche troppo) e deciso a porre sotto accusa quelle dinamiche di ruoli prestabiliti che gli hanno sottratto Maria: tutto in definitiva muove dall’intenzione, che si va via via precisando come unico obiettivo del protagonista, di recuperare la fidanzata, ricatturata nel circolo di cattolici cui aderiva nei primi tempi della sua relazione con Hans e ora sposa di Zupfner, alto esponente del cattolicesimo tedesco.
L’intreccio narrativo è particolarmente avvincente perché, benché le informazioni essenziali per capire la trama dei pensieri di Hans ci venga fornita abbastanza presto, il testo è un continuo e inestricabile andirivieni attorno a una manciata di figure di riferimento, di cui si rammentano biografie o discorsi, di cui si fanno critiche o si delineano personalità, senza che nessuno occupi uno spazio preponderante e senza che la storia di nessuno sia mai esaurita in un unico riferimento, perché ciascuno di costoro si ricollega a qualcun altro in un gioco infinito di rimandi e allusioni che ci fanno entrare nella psiche del protagonista senza bisogno di farcene una fotografia, statica e parziale, ma cogliendola nel suo movimento naturale, dinamico e completo, spontaneo, reso da Boll con particolare efficacia e maestria.
La conclusione del libro vede Hans rifiutarsi di scendere a compromessi con la sua stessa esistenza: dopo aver constatato, attraverso il suo cinismo e la sua acredine, che la vita così come lui la vorrebbe è definitivamente compromessa dal momento in cui Maria, che lui non ha mai sposato, benché i due siano fuggiti assieme, e che vorrebbe costringerlo a firmare una carta in cui dichiara di voler educare i propri figli (quando e se i due ne avranno visto che Maria ha già abortito una volta) secondo la religione cattolica, se ne va dopo anni di convivenza, “traviata” dal moralismo del cattolicesimo, si ritrova a restringere sempre più il campo delle possibili mosse da fare. La sua intenzione non è quella di “recuperare” Maria, cosa che comporterebbe una revisione del suo modo di essere, di pensare, una sorta di pentimento che lui non prova, ma quella di “riavere” Maria, senza la quale, e lui ne è conscio, non può uscire da quella empasse artistica ed esistenziale insieme in cui è precipitato. Impossibilitato dalla sua stessa irrinunciabile identità a tornare indietro, Hans non può che proseguire anche se la speranza di risolvere le cose è sostituita dalla coscienza che non si risolveranno; ma in un mondo in cui tutti recitano un ruolo, la coerenza è l’unica arma veramente affilata per non perdere se stessi e dunque per ritrovarsi. Andare alla stazione a suonare canzonette e fare l’elemosina non è per Hans prostituire il proprio senso artistico, come invece accadrebbe se egli accettasse di reimpostare le proprie pantomime alla luce della mutata situazione storica-sociale-esistenziale in cui si trova, ma mettere tutti, compresa Maria che lui spera di vedere arrivare in treno, di fronte alla realtà delle cose, che dev’essere accettata e superata: l’unico mezzo che Hans concepisce è paradossalmente avere accanto Maria, che per lui però è un obiettivo. La crisi in cui si trova è quindi senza altra uscita che quella determinata dal restare fedeli a se stessi, anche se ci si sente traditi da chi si ama, finchè costei non lo capirà. In sostanza non è Hans che deve cambiare ma il mondo attorno a lui e su questa convinzione, espressa in modo caustico e volutamente irritante (ma non frutto di un capriccio quanto piuttosto della coscienza di una finzione che lui, “attore comico”, non smaschera apertamente preferendo che la paradossalità di ciò che accade si faccia denuncia), si gioca tutta la personalità del protagonista e la vicenda proposta.
Tags: clown, Germania, palcoscenico, satira
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