Eroi come noi (che l’abbiamo letto)

Su gentile richiesta di qualcuno di cui sarebbe inopportuno spifferare il nome, mi sono ritrovato tempo addietro a recensire il romanzo “Eroi come noi” di Thomas Brussig, autore tedesco contemporaneo. Una lettura che a tratti ho trovato sinceramente orripilante, non di certo per lo stile, graffiante e corrosivo, che combacia con i mie gusti, bensì per i temi affronati e soprattutto gli episodi proposti un po’ alternativi e inconsueti (w la diplomazia: vi basti sapere che sul retro l’unico commento che compare è il suddettto “La storia del Muro è la storia del mio uccello). Non mi sarei peritato di pubblicare questa recensione se non avessi deciso di concedere al suddetto Brussig una seconda chance leggendo “In fondo al viale del sole”, anch’esso teutonico bestseller e anch’esso incentrato sulle vicende della Berlino Est alla vigilia della caduta del muro. La mossa si è rivelata opportuna visto che questo secondo romanzo è decisamente piacevole e godibile, perciò Brussig si ritaglia un posto nella nostra biblioteca. Ecco dunque la recensione di “Eroi come noi” (le pagine indicate fanno riferimento all’edizione Mondadori, le ho lasciate nel caso servissero a qualcun altro a scopi universitari…non si sa mai!)

Il romanzo, che narra le vicende inerenti alla formazione e alla giovinezza di Klaus Ultschtz fino alla caduta del Muro, è articolato immaginando che il protagonista racconti la propria esperienza a un giornalista americano, Mr. Kitzelstein, incidendola su alcuni nastri magnetici, sette in totale. L’espediente consente all’autore innanzitutto di spiegare ciò che può apparire scontato col pretesto di avvicinarsi ai lettori americani, salvo poi far reinterpretare al proprio protagonista quegli stessi elementi sorprendendo anche chi non avrebbe bisogno di spiegazioni (e.g. Dagmar Friedrich p. 57/8), e in secondo luogo di costruire il testo in assoluta libertà, secondo una struttura assolutamente non-lineare, in cui abbondano:

-        Anticipazioni: l’inizio stesso del libro, visto che il narratore annuncia di voler spiegare il suo ruolo nella caduta del Muro, cosa che viene narrata nel finale senza comparire nemmeno per cenni.

-        Riprese di singole citazioni: ogni volta che nella vicenda compaiono la madre o il padre, i loro comportamenti sono “giustificati” (in modo cinico e accusatorio) alla luce di quanto detto nella parte iniziale allorchè li descrive, utilizzando frasi brevi e allusioni mirate; proprio queste allusioni, che costituiscono la caratteristica principale del testo, risultano a volte un po’ artificiose o retoriche (benché in scarsa percentuale sul totale), privando in qualche punto la narrazione della spontaneità che l’espediente letterario dei nastri vorrebbe creare.

-        Interpolazioni tra episodi: alcuni eventi vengono narrati in ordine non cronologico e sono inseriti in ragione dell’attinenza tematica (e.g. Raymund partecipa ad una discussione riportata poche pagine prima che il protagonista dica di averlo incontrato p. 130 e 138; si racconta della convivenza a Golm tra Renè e Klaus dopo che questa è finita p. 221…)

Questa struttura si presta particolarmente bene a riprodurre quella che è la mentalità e la conseguente visione del mondo del protagonista, percepibile già dal titolo: quella di un megalomane, che disprezza il proprio nome solo perché lo ritiene inadatto ad assecondare le sue aspirazioni di ottenere un premio Nobel (prima) e di far trionfare il socialismo sul capitalismo[1] (poi); ma soprattutto quella di una persona conseguentemente egocentrica, che misura tutto e tutti solo in relazione a sé stesso ed è quindi incapace di raccontare oggettivamente (né peraltro si sforza di farlo) ciò che gli capita o a cui assiste, bensì deve farlo, per una sorta di urgenza del suo animo, interpretando il mondo secondo le proprie categorie. Queste ultime sono inevitabilmente falsate dal tipo di educazione che ha ricevuto e dalla situazione storico-politica in cui vive, ovvero quella della Repubblica Democratica Tedesca (Germania est). Il libro in effetti si propone di tratteggiare una satira del totalitarismo attraverso la constatazione della limitatezza dell’orizzonte mentale del protagonista che non aspira ad altro che alla affermazione di sé, in linea con il suo carattere megalomane da subito annunciato al giornalista cui si rivolge; un’affermazione di sé che pretende di prescindere da ciò che esula dalle concezioni di Klaus bambino, adolescente e giovane, ovvero da ciò con cui non si è mai confrontato di volta in volta e contro cui sbatte, per così dire, il muso: dapprima il sesso, che scaturisce dalla sua convivenza con gli altri e che può essere interpretato come la controparte di questa difficoltà di relazione, poi il mondo stesso, il cui funzionamento sfugge sempre al protagonista che si imputa di essere sempre l’ultimo a sapere le cose (p. 66). Le difficoltà incontrate da Klaus nella affermazione di sé stesso, tanto più brucianti (e tragicomiche) quanto più lui si convince di essere destinato a grandi cose, sono sostanzialmente la metafora del totalitarismo e del suo limitare la consapevolezza dell’individuo in senso lato[2] (al di là cioè del tipo di esperienze che il protagonista affronta) impedendogli di agire per realizzarsi o fuorviandolo; nel romanzo a incarnare questo messaggio sono soprattutto i genitori di Klaus, cui il narratore dedica una lunga descrizione (pp. 25-36), cui segue la propria o un accenno di essa visto che egli non fa altro che parlare di sé in vario modo (pp. 37-40): i toni di tale descrizione, che come tutte le altre procede attraverso ciò che i personaggi fanno, cosa che li rende decisamente ben tratteggiati[3], sono fortemente ironici e altrettanto dispiaciuti; un po’ come se sotto sotto al protagonista desse fastidio mettere alla berlina i propri genitori, di cui del resto è figlia la sua visione del mondo e da cui dipende il suo percorso (è la madre in effetti a usare la definizione “eroi come noi” quando Klaus è in ospedale, p. 238, anche se l’autore la inserisce anche all’inizio), anche se essi sono indifendibili e hanno inculcato al protagonista una educazione repressiva che gli ha solo messo i bastoni fra le ruote: questa stessa educazione è metafora del totalitarismo e costituisce uno dei temi portanti del romanzo.

 La trama è articolata secondo i seguenti episodi salienti:

1. Klaus matura le sue aspirazioni di conseguimento del premio Nobel in seguito alla pubblicazione di una sua foto su un giornale berlinese (p.15), salvo poi scoprire molto tempo dopo che si era trattato probabilmente di una manovra del padre, agente della Stasi (ma anche questo ruolo ricoperto dal padre è una scoperta faticosa ) per eliminare un personaggio politico (pp. …, 132 e 206)          2. Nel corso dei campi estivi Klaus scopre il sesso (pp. 42-43, 47, 54, 62) e fondamentalmente scopre che non può far a meno di confrontarsi con gli altri, cosa che lo porta a scoprire, anche se questo non è mai preventivato,  qualcosa di sé stesso (p. 69).           3. Klaus affronta l’addestramento per entrare a far parte della Stasi (i servizi segreti tedeschi) sempre chiedendosi se sia normale la discrasia tra le sue aspettative e ciò che il mondo gli propone/propina (pp.96-102), in particolare per le iniziative sessuali dei suoi commilitoni; su idea di uno di costoro (Raymund) Klaus partecipa a una gita durante la quale incontra Marina (103-108), ne è sedotto e dopo aver passato la notte con lei è congedato perché ha preso la gonorrea, la cui terapia di guarigione lo trascina in un mondo a lui estraneo (108-120).         4. Klaus ottiene il primo incarico (p. 121) presso un finto ufficio postale in cui lavorano Gerb, Wunderlich e Eule, i personaggi più divertenti del romanzo, attraverso i quali Brussig dà vita a una serie di siparietti comici inerenti ai grotteschi tentativi di controllare e eliminare i dissidenti politici (a p. 177 il più clamoroso sul poststrutturalismo), soprattutto tramite osservazioni mirate che Klaus condividerà in parte con Raymund (p. 138); a stretto contato con questi improbabili agenti segreti il protagonista si convince che la missione storica cui è chiamato per fra trionfare il socialismo sia prelevare un campione seminale del Segretario Generale della Nato per far sì che sia clonato, salvo poi scoprire che i colleghi si riferivano en passant ad alcuni microfilm[4] (pp. 143, 183 e 202).         5. Su ispirazione di Raymund, Klaus conoscerà una donna (la donna salsiccia p. 153) fuori da un locale, arrivando quasi a violentarla; pentito, a modo suo, del gesto, tornerà a più riprese nell’edificio finendo per rotolare dalle scale mentre è dedito all’onanismo e fratturandosi entrambe le braccia (p.160).         6. Dimesso dall’ospedale Klaus smarrisce il portafogli che gli viene restituito da Yvonne, una ragazza appassionata dell’Olanda(pp. 164-176), di cui Klaus si innamora (e che rappresenta un ulteriore passo verso l’acquisizione di consapevolezza da parte del protagonista, sempre mascherata con toni burleschi)         7. Proseguono le iniziative della Stasi: Klaus e i suoi soci fanno irruzione in un appartamento e il protagonista si trova a rapire una bambina[5] (180-184) e poi ad arrestare Individualista, un sospetto dissidente (192-194), benché l’unico risvolto positivo della faccenda sia economico. Klaus, convinto di dover contribuire in ogni modo, anche per quanto riguarda l’economia, alla causa del socialismo e sicuro di essere l’unico che può farlo trionfare, immagina di vendere perversioni per ricapitalizzare ai danni dei capitalisti occidentali e si dedica a questa attività con alacre passione, principalmente  utilizzando dei polli (pp. 195 e segg.)Nel frattempo ritrova Yvonne ma non riesce a concludere nulla con lei perché ancora troppo legato agli stereotipi con cui è cresciuto e disorientato prima di tutto da sé stesso (185-190).         8. La morte del padre (pp. 204-206 e 212-213) si intreccia con la chiamata della Stasi (pp. 206-214), che lo convoca per un prelievo di sangue che si rivela essere un esperimento mirato a salvare la vita del primo ministro Honecker, che Klaus incontrerà poco dopo (215-219).        9. La vicenda di Klaus assume finalmente i connotati politici annunciati all’inizio, visto che Klaus è coinvolto nei tentativi di arrestare i manifestanti (p. 221 e segg.) e si ritrova in Alezanderplatz durante la protesta del 4 novembre (224-230) e ascolta il discorso pronunciato da Christa Wolf, che confonde con Jutta Muller, allenatrice di pattinaggio da cui la sua formazione è stata segnata in senso negativo per quanto riguarda la sfera sessuale: nel tentativo di raggiungerla attraverso un sottopassaggio rotola per le scale causandosi serie ferite ai genitali (p.230) e finendo all’ospedale dove, oltre a leggere romanzi di Christa wolf scoprendo il suo tragico errore, constata (a dir il vero lo constata la madre medico) che il pene gli è cresciuto a dismisura (p.239).         10. Per impedire ai medici di curare questo effetto collaterale scappa dall’ospedale la notte del 9 novembre (p. 242) e raggiunge uno dei cancelli del Muro, dove è il suo interevento a risultare decisivo per far oltrepassare la barriera alla folla: estratto il membro dalle mutande lo esibisce alle guardie che, annichilite ed esterrefatte, non fanno nulla per impedire alla Storia di fare il suo corso…o meglio, a Klaus Ultschtz di cambiare la Storia.


[1]Pp. 78-80

[2] Illuminante in questo senso l’unica pagina veramente tragica di tutto il romanzo (p. 85), laddove il discorso del narratore sui diritti umani perde i tratti della satira diventando pura denuncia non scalfita, come tutto il resto, dall’ironia corrosiva e debordante di Brussig.

[3] Condurre le singole descrizioni limitandosi a riferire comportamenti o atteggiamenti assunti dai personaggi verso il protagonista, o anche solo gesti o espressioni tipiche, è funzionale a dare l’idea che tali personaggi esistano solo in funzione di Klaus e solo secondo la prospettiva da cui lui li osserva, mentre una descrizione completa o a tutto tondo avrebbe inficiato il messaggio che da subito il narratore lancia, ovvero che tutto ruoti attorno a lui (tutta la Storia del Novecento in sostanza); e questo messaggio, al di là del divertissement da parte dell’autore nel costruire una figura oscura e altrimenti ignota cui va la responsabilità della caduta del Muro, corrisponde a una latente denuncia della ristrettezza mentale imposta da qualunque tipo di totalitarismo.

[4] Non è altro che l’ennesima riprova che Klaus è veramente convinto che tutto il mondo ruoti attorno a lui e che gli sia pertanto possibile interpretarlo secondo le proprie chiavi di lettura, che lui non ha mai condiviso né opportunamente confrontato con chicchessia, visto che la convinzione nasce da una serie di fraintendimenti e da alcune frasi che Klaus, come del resto fa sempre, adatta alla sua personale esperienza e non al senso comune. A conferma di come egli non riesca a confrontarsi con gli altri v’è il fatto, ad esempio, che si procura un manuale di sessuologia per scoprire se i propri genitori l’hanno concepito facendo sesso oppure no, per poi usarlo per catalogare le proprie perversioni (pp. 66 e 191/2).

[5] È singolare che i fatti più eclatanti vengano narrati in poche battute, lasciando spazio ai mutamenti nella personalità di Klaus: il rapimento rientra tra ciò che egli ha preventivato entrando nella Stasi, pertanto è un fatto normale; l’autore preferisce pertanto narrarci il morboso e inconsistente rapporto tra Klaus e la madre della bambina, che diventa una perversione vera e propria.

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Un Commento su “Eroi come noi (che l’abbiamo letto)”


  1. dato il tuo “non si sa mai” volevo farti sapere che la tua recensione mi è stata molto utile, proprio per scopi universitari. :-) grazie!


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