Doppia delusione
Mi ero ripromesso di dare a Pamuk una seconda possibilità per entrare nelle mie grazie dopo la deludente lettura di “Il mio nome è rosso”, privilegio concesso solo perchè escludere un Premio Nobel dal novero degli autori stimati è sempre affare da concludere con cautela. Ora che ho finito “Il castello bianco” però sono risoluto a non leggere altro dello scrittore turco che anche stavolta promette ben più di quanto mantenga (illuminante in questo senso è la postfazione…troppo facile spiegare un libro…lo di dovrebbe capire e basta!). E dire che il tema del doppio mi solleticava parecchio dato che ho letto svariati libri inerenti al tema ma il piatto d’argento della mia predilezione servito a Pamuk si è tramutato in una portata indigesta: il romanzo non affascina come potrebbe e non coinvolge come dovrebbe complice uno stile contorto e una trama scialba che, nelle intenzioni della favola, dovrebbe stimolare la rifelssione sul rapporto tra i due protagonisti, isolandone le personalità e i pensieri ma che invece finisce col rendere monotona la lettura (impressione già registrata per l’altro romanzo, che addirittura era un giallo!). Il romanzo è impervio e soprattutto “freddo”: la storia proposta resta lontana, distaccata e pertanto appare superficiale benchè effettivamente contenga qualche spunto azzeccato. Unica nota positiva, accanto al tema (sempre utile per una comparazione), è l’ultimo capitolo che avvince finalmente il lettore ma che forse non basta a soddisfarlo…
Il che solleva un interessante questione: può un capitolo solo rovesciare l’opinione che ci si è fatti di un romanzo? Un caso simile mi era capitato durante la lettura di “E’ tutta una finzione” di D. Kehlmann, dove però l’eccezionale capitolo centrale consentiva di rivalutare il libro intero sia per la sua qualità eccelsa che per la sua collocazione, rendendo la lettura da lì in po piacevole, scorrevole, appassionante. Nel caso di Pamuk il colpo di reni c’è ma non evita l’esito negativo.
Sarà per la prossima volta?
Difficilmente, per parte mia.Mi ero ripromesso di dare a Pamuk una seconda possibilità per entrare nelle mie grazie dopo la deludente lettura di “Il mio nome è rosso”, privilegio concesso solo perchè escludere un Premio Nobel dal novero degli autori stimati è sempre affare da concludere con cautela. Ora che ho finito “Il castello bianco” però sono risoluto a non leggere altro dello scrittore turco che anche stavolta promette ben più di quanto mantenga (illuminante in questo senso è la postfazione…troppo facile spiegare un libro…lo di dovrebbe capire e basta!). E dire che il tema del doppio mi solleticava parecchio dato che ho letto svariati libri inerenti al tema ma il piatto d’argento della mia predilezione servito a Pamuk si è tramutato in una portata indigesta: il romanzo non affascina come potrebbe e non coinvolge come dovrebbe complice uno stile contorto e una trama scialba che, nelle intenzioni della favola, dovrebbe stimolare la rifelssione sul rapporto tra i due protagonisti, isolandone le personalità e i pensieri ma che invece finisce col rendere monotona la lettura (impressione già registrata per l’altro romanzo, che addirittura era un giallo!). Il romanzo è impervio e soprattutto “freddo”: la storia proposta resta lontana, distaccata e pertanto appare superficiale benchè effettivamente contenga qualche spunto azzeccato. Unica nota positiva, accanto al tema (sempre utile per una comparazione), è l’ultimo capitolo che avvince finalmente il lettore ma che forse non basta a soddisfarlo… Il che solleva un interessante questione: può un capitolo solo rovesciare l’opinione che ci si è fatti di un romanzo? Un caso simile mi era capitato durante la lettura di “E’ tutta una finzione” di D. Kehlmann, dove però l’eccezionale capitolo centrale consentiva di rivalutare il libro intero sia per la sua qualità eccelsa che per la sua collocazione, rendendo la lettura da lì in po piacevole, scorrevole, appassionante. Nel caso di Pamuk il colpo di reni c’è ma non evita l’esito negativo. Sarà per la prossima volta? Difficilmente, per parte mia.
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