Fama – Un romanzo dentro nove storie
Ebbene, debbo ammetterlo, ho sempre avuto un debole per gli scrittori di lingua tedesca e converrete con me di questa inclinazione se avete auto modo di leggere qualche libro di Moers, Boll, Ende o Ransmayr. ancor di più se vi è capitato in mano un romanzo di Daniel Kehlmann, scrittore austriaco classe 1975, che ha rappresentato un caso letterario circa cinque anni fa. Tanto per non fare la figura di quell o che arriva sempre in ritardo annoto che avevo già letto tempo addietro i libri “La misura del mondo” e “E’ tutta una finzione”, ma ciò che mi ha spinto a parlare di questo autore è stata la lettura di “Fama“, un romanzo che ha solleticato a tal punto la mia immmaginazione e il mio gusto che mi sono ritrovato (cosa che non succedeva da tempo) contemporaneamente a desiderare di arrivare all’ultima pagina per sapere come sarebbe andato a finire e rammaricarmi per la consapevolezza dell’interruzione, a libro ultimato, del piace
re della lettura. Paradosso tipico del lettore accanito e vorace ma che in realtà solo determinati libri suscitano.
Vediamo dunque i motivi per cui questo libro e questo autore possono fregiarsi del merito di aver conquistato la mia approvazione.
Quel che mi colpisce di Kehlmann, oltre alla straodinaria inventiva, è la capacità di fondere reale e fantastico con naturalezza (Calvino direbbe “con leggerezza”) o meglio ancora di far fare all’immaginario continue irruzioni nel reale senza che questo espediente letterario risulti artificioso: vi è anzi nei suoi libri una spontaneità di fondo che fa apparire tutto come lineare, anche ciò che potrebbe razionalmente risultare sconcertante. Si tratta di una cifra stilistica rimasta in sordina ne “La misura del mondo” e balzata in primo piano con le vicissitudini del prestigiatore protagonista di “E’ tutta una finzione”, dove il tema della magia favoriva senz’altro un approccio di questo tipo ma dove, occorre dirlo, l’argomento era affrontato da una prospettiva inedita e totalmente affascinante cui Kehlmann ha saputo unire uno stile appassionante (che raggiunge la sua massima espressione nel capitolo 8, un autentico gioiello narrativo). In “Fama” l’autore fa di questa dialettica tra reale e immaginario il motore della trama che si articola in nove diverse storie variamente intrecciate:
può essere un personaggio a ricorrere dall’una all’altra (come nel caso dell’attore Ralf Tanner), una situazione presentata da più punti di vista (l’errore nell’attribuzione dei numeri di cellulare da cui prende avvio la vicenda) o un riferimento minimo (gli ubiqui libri di Auristos Blancos).
Fin qui si potrebbe anche dire che non c’è nulla di nuovo sul fronte germanico stante l’esempio del conterraneo di Kehlmann, Ingo Schulze, che in “Semplici storie” crea un meccanismo simile a un livello più articolato e difficile da seguire anche per il distacco nella presentazione di fatti e personaggi. Ma è proprio su questo distacco (e sulla totale assenza di questa opzione in “Fama”) che si misura la distanza tra i due autori e la distanza tra Kehlmann e altri scrittori: Kehlmann infatti non presenta la trama romanzesca come semplice successione di eventi, in cui l’intreccio è orizzontale, ma rende la connessione tra le storie anche verticale, al punto che il lettore deve giocoforza entrare con lo scrittore nel testo, seguirlo nei meandri della vicenda (volutamente non labirintica perchè è la profondità a avvincere, non la complessità) e lasciarsi avvolgere da essa. Per riuscire a creare questa verticalità, questa profondità del testo, Kehlmann decide di mettere in scena uno scrittore in particolare (Leo Richter) e i suoi personaggi che dialogano con lui e che lui muove, deus ex machina, presentandone le vicende. A rendere l’espediente letterario particolarmente efficace e scevro di ogni retorica subentra la scelta stilistica di non concentrarsi su questa dinamica ma di ampliare la riflessione sul concetto di finzione (leitmotiv dell’autore dato che anche il suo secondo romanzo ne parlava) attraverso le vicende ineranti al cellulare dell’attore Ralf Tanner e ai personaggi coinvolti a vario titolo. Il risultato è una storia accattivante, perchè il lettore è spronato a capire la connessione tra i racconti, ma non disorientante, almeno non a livello contenutistico, poichè l’obiettivo dell’autore va oltre. Benchè infatti nel romanzo vi sia uno sviluppo complessivo, quasi un contenitore per i nove racconti, a Kehlmann non interessa tanto mostrare la perizia dell’intreccio, quasi in modo ariostesco, ma esplorare il doppio fondo di questa vicenda e renderla di fatti inspiegabile a livello narratologico, per spingere chi legge a chiedersi continuamente cosa c’è di vero, di reale e cosa è immaginario, frutto della fantasia, per poi spostare il focus sui meccanismi che ciascuno ha a disposizione per mescolare realtà e fantasia tramite la simulazione (o la scrittura, elemento che consente a Kehlmann di parlare indirettamente anche di sè), tracciando in tal modo un quadro della società moderna che non riesce a sfuggire a questa brama, a questo adescamento della finzione. “Noi siamo sempre dentro delle storie” commenta nel finale un personaggio, e a quel punto della lettura ci si chiede chi sia veramente a pronunciare la frase e a chi sia rivolta, perchè chi legge a quel punto è dentro alla storia, a far compagnia non solo ai nove personaggi principali ma anche a Kehlmann stesso.
I personaggi sono l’elemento di maggior pregio del romanzo, poichè sono ritagliati con grande abilità e risultano vivi, il che di per sè è un paradosso visto che la sovrapposizione di racconto e metaracconto finisce col far pensare che tutto ciò che è reale sia una storia e viceversa, ma è indubbio che un simile effetto non sarebbe stato credibile con protagonisti meno forti, meno incisivi o meno coinvolgenti: qui invece si simpatizza istintivamente con questo e quel personaggio così come si giudica negativamente qualcun altro; il petulante, insofferente e nevrotico scrittore Leo Richter, il suo indiretto collega Miguel Auristos Blancos, serafico autore di libri new age, e il miserabile maniaco di internet Mollwitz sono i più eclatanti “antipatici” del libro, ma in grado di far affezionare il lettore che li percepisce da subito come elementi portanti di una storia che lo cattura e in cui costituiscono dei segnali di riferimento nel momento in cui si “entra” nel racconto, spronati dall’abile costruzione del testo che quasi intrappola chi legge ma che parimenti lo proietta a interrogarsi sulla vita fuori dal libro…che forse non riconosciamo come un racconto solo perchè non ha una copertina.
Explore posts in the same categories: Un autore in particolare...Etichette: Finzione, Kehlmann, Scrittori tedeschi
You can comment below, or link to this permanent URL from your own site.